Associazione culturale NON iscritta al RUNTS: posso ancora applicare l’art. 148 TUIR? E cosa succede a IRES e IVA dal 2026?

Ciao Alessio, sono presidente di un’associazione culturale e stiamo valutando di NON iscriverci al RUNTS.
Facciamo soprattutto corsi di formazione a pagamento per i soci e i nostri corsi non rientrano nelle esenzioni IVA dell’art. 10.

Posso continuare ad applicare l’art. 148 del TUIR? E come devo comportarmi nel 2026 sia per le imposte dirette sia per l’IVA?

Cosa prevede (davvero) l’art. 148 TUIR per un’associazione culturale non RUNTS

Quando un’associazione culturale sceglie di rimanere fuori dal RUNTS, la domanda giusta non è solo “vale ancora l’art. 148 TUIR?”, ma quale parte dell’articolo resta davvero utilizzabile e per quali entrate.​

In estrema sintesi:

  • Quote associative vere (quelle di appartenenza, non collegate a una specifica prestazione) continuano ad avere un trattamento di favore e, se sono strutturate correttamente, restano fuori dal reddito.​
  • La parte più delicata riguarda la decommercializzazione dei corrispettivi specifici: i pagamenti dei soci per partecipare a corsi, laboratori, eventi a pagamento, che per anni sono stati trattati come “istituzionali”, dal 2026 per le associazioni culturali non ETS non godono più della stessa protezione del passato: l’art. 89, comma 4, del Codice del Terzo settore le ha tolte dall’elenco dell’art. 148, comma 3, del TUIR.

Questo significa che, per un’associazione culturale non iscritta al RUNTS, è prudente considerare i corrispettivi per i corsi come ricavi commerciali ai fini delle imposte dirette, salvo i casi, da documentare con cura, che rientrano nell’art. 143, comma 1, secondo periodo, del TUIR: servizi resi in conformità alle finalità istituzionali, senza specifica organizzazione e con corrispettivi che non eccedono i costi di diretta imputazione.


Imposte dirette: quando i corsi diventano reddito d’impresa

Se i corrispettivi per i corsi diventano ricavi commerciali, la tua associazione continua a essere “ente non commerciale” dal punto di vista civilistico, ma per quella parte svolge attività d’impresa.​

In pratica:

  • devi separare contabilità istituzionale e commerciale (anche in forma semplificata);
  • il risultato dei corsi (ricavi – costi) genera un reddito d’impresa soggetto a IRES (e, nei casi previsti, IRAP).​

Il regime forfetario ex art. 145 TUIR (quando può aiutarti)

L’art. 145 TUIR offre un’alternativa al calcolo analitico del reddito d’impresa per gli enti non commerciali che svolgono attività commerciale e rientrano nella contabilità semplificata.​

Per le prestazioni di servizi (come i corsi di formazione):

  • il reddito non è dato da tutti i ricavi meno tutti i costi, ma da una percentuale (coefficiente di redditività) applicata ai ricavi commerciali;
  • quel reddito forfetario viene poi tassato con l’aliquota IRES ordinaria.​

È un regime che può essere interessante quando:

  • la parte commerciale è importante ma non enorme;
  • i costi non sono facilmente distinguibili per ogni corso e non vuoi ricostruire tutto in modo analitico.​

IVA: se i corsi non sono esenti art. 10, cosa cambia davvero

Nel tuo caso hai già chiarito che i corsi non rientrano nelle esenzioni dell’art. 10 IVA. Per quelli riservati ai soci, però, una norma di esclusione c’è: fino al 31 dicembre 2035 resta l’art. 4, comma 4, del D.P.R. 633/1972, che esclude dall’IVA le prestazioni rese ai soci, in conformità alle finalità istituzionali, dalle associazioni culturali, purché lo statuto contenga le clausole richieste dal comma 7. Ai fini IVA l’elenco non è cambiato: è cambiato solo ai fini IRES. I corsi riservati ai soci restano quindi fuori campo IVA; diventano operazioni imponibili quelli aperti anche a non soci, per i quali un’associazione non iscritta al RUNTS non può usare l’esenzione dell’art. 10, n. 20.

Per i corsi aperti a non soci questo comporta:

  • necessità di partita IVA attiva per l’associazione (se non l’avete già);
  • gestione dei documenti fiscali (fatture o corrispettivi telematici) per le quote corso;
  • registri IVA, liquidazioni e dichiarazione IVA secondo il regime scelto/applicabile.​

La riforma in vigore dal 1° gennaio 2026 ha ridotto la possibilità di tenere fuori dal reddito d’impresa i corrispettivi specifici, in particolare per le realtà che scelgono di restare fuori dal Terzo Settore (art. 89, comma 4, del Codice del Terzo settore). Per l’IVA il passaggio dall’esclusione all’esenzione è invece rinviato al 1° gennaio 2036 (art. 6 del D.Lgs. 186/2025).


Una checklist per capire dove sei oggi

Per capire come impostare correttamente fiscalità diretta e IVA, consiglio di partire da questa mini-checklist interna:

  • Ho distinto chiaramente:
    • quote associative (iscrizione all’associazione);
    • donazioni/erogazioni liberali;
    • corrispettivi dei corsi;
    • eventuali sponsorizzazioni o vendite di beni?​
  • Ho verificato se i corsi sono offerti solo ai soci o anche a non soci (e in che misura)?
  • Ho un’idea dell’ammontare annuo dei corrispettivi corsi (previsionale 2026)?
  • So già se l’associazione rispetta le condizioni per poter accedere al regime forfetario art. 145 TUIR per la parte commerciale?​

Con queste informazioni sul tavolo, diventa possibile scegliere con lucidità:

  • se e come attivare l’IVA;
  • se conviene il regime forfetario art. 145 o un regime ordinario per il reddito d’impresa.

Se ti riconosci nel caso di questa domanda – associazione culturale, corsi a pagamento, dubbio su RUNTS, art. 148 e IVA – il passo più utile è mettere su una pagina numeri e flussi reali (non solo la teoria).

Puoi scrivermi indicando, anche a grandi linee:

  • incasso annuo previsto dai corsi;
  • se i corsi sono solo per soci o aperti anche all’esterno;
  • se oggi emettete ricevute, fatture o nessun documento fiscale.

Con queste tre informazioni si può già tracciare un percorso operativo chiaro, invece di vivere la riforma come un eterno “forse”.

Se resto associazione culturale non iscritta al RUNTS, l’art. 148 TUIR è completamente “morto”?

No. Restano principi importanti, in particolare per le quote associative e per l’attività svolta “nei confronti degli associati” in coerenza con le finalità istituzionali. Ciò che cambia davvero è la possibilità di considerare non commerciali i corrispettivi specifici pagati dai soci per attività a pagamento (come i corsi) nelle culturali fuori RUNTS dal 2026.

I corrispettivi dei corsi ai soci posso considerarli ancora “istituzionali”?

Dal 2026, per un’associazione culturale non ETS, è prudente considerarli ricavi commerciali, salvo casi molto ben strutturati. È qui che spesso si “sposta” l’ago della bilancia verso l’attività d’impresa, con riflessi ai fini IRES. Per l’IVA, invece, i corsi riservati ai soci restano esclusi fino al 31 dicembre 2035.

Il regime forfetario art. 145 TUIR sostituisce l’art. 148?

No: l’art. 145 non decommercializza nulla. Serve solo a calcolare in modo forfetario il reddito d’impresa derivante dall’attività commerciale dell’ente non commerciale. Sono due piani diversi: uno (148) ti dice cosa è/non è commerciale; l’altro (145) come tassare la parte che è commerciale.

Se attivo l’IVA sui corsi, devo per forza fatturare ogni socio?

Per i corsi riservati ai soci, fino al 31 dicembre 2035 l’IVA non si applica: restano esclusi in base all’art. 4, comma 4, del D.P.R. 633/1972, se lo statuto contiene le clausole del comma 7, e non richiedono fattura. La certificazione fiscale serve per i corsi aperti anche a non soci, che sono imponibili: lì dipende dal regime che scegli (fattura elettronica, corrispettivi telematici, eventuali esoneri o semplificazioni), con una contabilità IVA coerente.

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Alessio Cipollone
Alessio Cipollone

Sono un dottore commercialista appassionato di nuove tecnologie ed offro consulenza a liberi professionisti, imprenditori e società. Il mio lavoro non consiste solo nel gestire la contabilità e redigere le dichiarazioni dei redditi ma soprattutto prestare assistenza e fornire una soluzione ai problemi e ai dubbi che possono sorgere nell’amministrazione di un'azienda. Il mio intento è quello di aiutare coloro che vogliono intraprendere nuove attività imprenditoriali con entusiasmo e passione, la stessa che dedico al mio lavoro.

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2 commenti

  1. sull’articolo non mi sembra che venga preso in considerazione il fatto che all’art. 143 c. 1, secondo periodo è scritto che non sono attività commerciali le prestazioni istituzionali, senza specifica organizzazione e se i corrispettivi non eccedono i costi diretti. E’ scritto genericamente: “Questo significa che, per un’associazione culturale non iscritta al RUNTS, è prudente considerare i corrispettivi per i corsi come ricavi commerciali, salvo casi particolari ben inquadrati a livello normativo e documentale.​” La norma mi sembra chiara: se i ricavi non superano i costi, l’attività non è commerciale.
    inoltre chiedo se si puo’ approfondire o avere i riferimenti normativi su questa frase: “La riforma complessiva dal 1° gennaio 2026 ha ridotto la possibilità di “tenere fuori campo” IVA e imposte dirette le entrate da corrispettivi specifici, in particolare per le realtà che scelgono di restare fuori dal Terzo Settore.​” Grazie

    • Gentile Flavia,
      ti ringrazio per il tuo commento che mi permette di approfondire alcuni passaggi tecnici fondamentali della riforma, distinguendo tra ciò che è “teoricamente chiaro” e ciò che, nella prassi dell’accertamento fiscale, richiede estrema prudenza.
      Ecco i chiarimenti basati sulla normativa vigente e sulle fonti professionali:
      1. Il limite dell’Art. 143, comma 1, TUIR: perché la “prudenza”?
      Hai ragione nel citare l’Art. 143, comma 1, secondo periodo, il quale stabilisce che non sono attività commerciali le prestazioni istituzionali rese senza specifica organizzazione e con corrispettivi che non eccedono i costi diretti. Tuttavia, la “chiarezza” della norma si scontra con due ostacoli operativi:
      • L’assenza di specifica organizzazione: Questo è il punto più critico per un’associazione culturale che eroga corsi. Nella prassi, se l’associazione ha una sede fissa, un sito web per le iscrizioni, un calendario ricorrente o utilizza professionisti esterni, l’Agenzia delle Entrate tende a contestare l’assenza di “specifica organizzazione”, riqualificando l’attività come commerciale anche se in pareggio di bilancio.
      • La natura dei costi: L’onere della prova sulla “diretta imputazione” dei costi spetta all’ente. Documentare con analiticità che ogni singolo euro incassato è stato assorbito da un costo “diretto” di quel corso è un adempimento complesso che, se non perfetto, espone l’ente a pesanti riprese a tassazione.
      2. I riferimenti normativi sulla “riduzione delle tutele” dal 2026
      La frase dell’articolo che hai citato — sulla riduzione della possibilità di tenere “fuori campo” le entrate — si riferisce a un cambiamento strutturale del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR) operato dal Titolo X del Codice del Terzo Settore (CTS). Ecco i riferimenti richiesti:
      • Modifica dell’Art. 148, comma 3, TUIR: Con l’entrata in vigore della parte fiscale della riforma (dal 1° gennaio 2026), la formulazione dell’Art. 148 TUIR cambia radicalmente.
      • Esclusione delle associazioni culturali: Nella “nuova versione” dell’Art. 148, le associazioni culturali e quelle di formazione extra-scolastica sono state espressamente rimosse dall’elenco degli enti che possono beneficiare della “decommercializzazione” dei corrispettivi specifici versati dai soci.
      • Conseguenze per chi resta fuori dal RUNTS: Dal 2026, un’associazione culturale non iscritta al RUNTS non potrà più considerare i corrispettivi dei corsi come “istituzionali” in base all’Art. 148, ma dovrà obbligatoriamente farli ricadere sotto l’Art. 143 (con i rischi di cui al punto 1) o trattarli come ricavi commerciali.
      3. Il doppio binario IRES e IVA
      Per completezza, è importante notare che mentre l’IRES (imposte dirette) subisce questa stretta già dal 2026, il comparto IVA ha beneficiato di una proroga ufficiale al 1° gennaio 2036. Questo significa che i corrispettivi dei corsi per i soci resteranno “fuori campo IVA” ancora per dieci anni, ma ai fini delle imposte dirette (IRES) la loro gestione diventerà molto più rischiosa per chi sceglie di non entrare nel Terzo Settore, poiché perderà lo “scudo” specifico dell’attuale Art. 148.
      In sintesi, la “prudenza” che suggerisco deriva dal fatto che, dal 2026, l’Art. 143 resterà l’unica (e fragile) ancora di salvezza per le realtà fuori dal RUNTS, rendendo ogni scostamento contabile o ogni indizio di “organizzazione” un potenziale pericolo fiscale.
      Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti. Un cordiale saluto,
      Alessio Cipollone

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