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Una lettrice vuole vendere su Etsy i prodotti artigianali della sua associazione culturale e chiede se serva la partita IVA, quale regime scegliere dopo la 398/91 e quali costi e rischi mette in conto lo status non profit. Ecco l'inquadramento completo.

Il quesito di oggi tocca un tema che sta diventando frequentissimo: un’associazione che, per autofinanziarsi, vuole aprire un piccolo negozio online. La domanda arriva da una lettrice, che ringrazio per la chiarezza con cui ha elencato i suoi dubbi. La riporto in forma anonima, come sempre.
“Buongiorno, la contatto per un’informazione sulla gestione fiscale di un’associazione culturale no profit. Vorremmo iniziare a vendere prodotti artigianali da noi creati, coerenti con l’attività dell’associazione, tramite Etsy, e desidero capire qual è la soluzione più semplice ed economicamente sostenibile. In particolare: se per le vendite online è obbligatoria l’apertura della partita IVA; se esistono alternative meno onerose per iniziare, come le vendite occasionali; quale sarebbe il regime fiscale più adatto, eventualmente la 398/91; i costi annuali indicativi di gestione; i principali rischi per mantenere lo status di no profit. Vorrei inoltre un parere su una possibile alternativa: aprire l’attività Etsy a nome di uno dei soci come persona fisica, con relativi pro e contro.”
Domande giuste, poste nell’ordine giusto. Rispondo punto per punto, perché ogni scelta ne condiziona un’altra.
Vendere prodotti su una piattaforma e-commerce in modo continuativo e organizzato configura un’attività commerciale, e questo (al di là del nobile scopo) comporta l’apertura della partita IVA e la presentazione della SCIA al Comune dove ha sede l’ente. La 398/91 non è più una strada percorribile per un’associazione culturale. La soluzione più equilibrata, oggi, è l’iscrizione al RUNTS come APS con opzione per il regime forfettario dell’art. 86 CTS. L’alternativa “socio persona fisica” è legittima e a volte più semplice, ma sposta il progetto fuori dall’associazione. Vediamo perché.
Il discrimine è la continuità. Una vendita sporadica e occasionale è un conto; aprire una vetrina permanente su un marketplace, con un catalogo e un flusso ricorrente di ordini, è un altro. Etsy, per sua natura, è la seconda ipotesi: un’attività organizzata e abituale di cessione di beni. Questo integra l’esercizio di impresa commerciale ai fini fiscali e richiede la partita IVA.
Non solo: trattandosi di vendita di prodotti (e non di servizi), si aggiunge un adempimento spesso dimenticato, la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) da presentare al SUAP del Comune della sede. È il passaggio che distingue l’hobby dall’attività, e che gli enti tendono a trascurare finché non arriva un controllo.
💡 Sulle “vendite occasionali”: esistono, ma sono una finestra stretta. Reggono per un banchetto una tantum a una fiera, non per un negozio online sempre aperto. Costruire l’operatività Etsy sull’occasionalità significa esporsi a una riqualificazione quasi certa. Meglio impostare da subito la struttura corretta.
Questo è il punto che spiazza chi conosceva il vecchio quadro: dal 1° gennaio 2026 il regime della Legge 398/91 non è più applicabile alle associazioni culturali. Resta utilizzabile esclusivamente dalle associazioni e società sportive dilettantistiche (ASD/SSD) che scelgono di non iscriversi al RUNTS. Per un’associazione culturale che voglia svolgere attività commerciale, quella porta è chiusa.
L’alternativa più vicina, nello spirito, alla vecchia 398 è l’iscrizione al RUNTS come Associazione di Promozione Sociale (APS) con opzione per il regime forfettario dell’art. 86 CTS. Se i ricavi commerciali restano sotto gli 85.000 euro annui, i vantaggi sono notevoli:
Un regime pensato esattamente per realtà medio-piccole come quella descritta dalla lettrice. Ne ho parlato in dettaglio, con esempi su fatture e vendita di gadget, in Sponsorizzazioni e gadget dal 2026: APS in art. 86 CTS.
Ecco l’aspetto che va sorvegliato con più cura, perché è quello che può far perdere lo status di ente non commerciale. Immagini due canestri: da una parte le entrate non commerciali (quote associative, donazioni, contributi, liberalità), dall’altra le entrate commerciali (in linea di massima, le vendite Etsy). Il Codice, all’art. 79, stabilisce che se il canestro commerciale supera quello non commerciale nello stesso periodo d’imposta, l’ente viene riqualificato come “commerciale” ai fini fiscali, perdendo i benefici degli enti non commerciali.
Fin qui la regola generale. Ma la circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 1/E del 19 febbraio 2026 ha aggiunto tre precisazioni che è bene conoscere prima di partire, perché possono cambiare la strategia:
Tradotto in strategia: la lettrice può ragionevolmente puntare al modello APS + art. 86, tenendo il prezzo dei prodotti calibrato sui costi e monitorando l’equilibrio tra i due canestri anno per anno. Non è un vincolo che paralizza, ma un parametro da presidiare.
La lettrice chiede una stima, ed è giusto essere trasparenti, pur con l’avvertenza che le cifre variano molto in base a volumi, numero di operazioni e complessità. In linea di massima, per una piccola APS con attività commerciale contenuta e regime forfettario art. 86, le voci ricorrenti annue sono l’assistenza contabile e gli adempimenti dichiarativi (la componente principale), gli eventuali costi della piattaforma di fatturazione elettronica, il diritto annuale e gli oneri camerali laddove dovuti, più i costi una tantum di avvio (iscrizione RUNTS, apertura partita IVA, SCIA). Il regime forfettario ha proprio il pregio di comprimere questi costi grazie alla contabilità semplificata: è il suo vantaggio competitivo rispetto ai regimi ordinari. Per una stima puntuale sul caso specifico, però, serve mettere a terra i numeri reali dell’associazione, ed è esattamente il tipo di conto che faccio volentieri in sede di consulenza.
È una strada legittima e, in fase iniziale, talvolta più agile. Un socio può aprire un’attività individuale (per esempio in regime forfettario personale) e vendere i prodotti su Etsy a proprio nome. Ma va messo in conto un aspetto decisivo: l’attività sarebbe sua, non dell’associazione.
Le conseguenze: se il socio decidesse poi di donare i proventi all’ente, l’operazione sarebbe lecita, ma l’associazione perderebbe la titolarità diretta del progetto e del marchio creato attorno ai prodotti. In caso di uscita del socio, o di divergenze, il negozio e la sua reputazione resterebbero a lui. È una scelta che privilegia la semplicità immediata sacrificando il radicamento del progetto nell’ente: sostenibile per un test iniziale, meno adatta se l’attività è destinata a crescere e a diventare un pilastro dell’associazione.
| Domanda | Risposta |
|---|---|
| Serve la partita IVA per vendere su Etsy? | Sì: l’attività è continuativa e commerciale. Serve anche la SCIA al Comune |
| Si può usare la 398/91? | No, dal 1° gennaio 2026 non si applica più alle culturali. Resta solo per ASD/SSD fuori dal RUNTS |
| Qual è il regime consigliato? | APS iscritta al RUNTS con regime forfettario art. 86 CTS (coefficiente 3%, sotto 85.000 € di ricavi commerciali) |
| Qual è il rischio principale? | Il test di prevalenza: se le entrate commerciali superano quelle non commerciali, l’ente diventa “commerciale” |
| Meglio a nome di un socio? | Più semplice all’avvio, ma il progetto e il marchio restano del socio, non dell’associazione |
Sì. La vendita di prodotti su un marketplace in modo continuativo e organizzato configura attività commerciale e richiede l’apertura della partita IVA, oltre alla presentazione della SCIA al Comune dove l’ente ha sede. Le vendite realmente occasionali sono un’eccezione stretta, non adatta a un negozio online permanente.
No. Dal 1° gennaio 2026 la Legge 398/91 non è più applicabile alle associazioni culturali. Rimane utilizzabile soltanto dalle associazioni e società sportive dilettantistiche (ASD/SSD) che scelgono di non iscriversi al RUNTS.
Per un’associazione di promozione sociale iscritta al RUNTS con ricavi commerciali sotto gli 85.000 euro, il regime forfettario dell’art. 86 CTS è generalmente il più vantaggioso: reddito imponibile calcolato con un coefficiente del 3%, IVA senza rivalsa, esonero da dichiarazione IVA, liquidazioni periodiche e certificazione dei corrispettivi.
È il confronto, nello stesso periodo d’imposta, tra le entrate commerciali e quelle non commerciali (quote, donazioni, contributi). Se le prime superano le seconde, l’ente perde la qualifica di non commerciale. Va però calcolato correttamente: le attività coerenti con l’oggetto sociale sono “commerciali” solo se i corrispettivi superano i costi con una tolleranza del 6%, e sponsorizzazioni e raccolte fondi corrispettive restano neutrali nel calcolo.
Il tema più vicino alla vendita su Etsy è quello della vendita di beni e gadget da parte degli enti: le regole dopo la circolare 1/E le ho raccolte in Charity shop, gadget e raccolta fondi: le regole per ETS, ASD e SSD dopo la Circolare n. 1/E 2026. Per orientarti tra i diversi regimi disponibili, vedi la mia Guida pratica alla scelta del regime fiscale per gli ETS.
Sul funzionamento pratico del regime dell’art. 86 CTS (fatture senza IVA, banchetti e vendita di gadget senza registratore telematico) trovi tutto in Sponsorizzazioni e gadget dal 2026: APS in art. 86 CTS. Per il quadro generale dei rapporti tra IVA e Terzo settore fino al 2036, vedi IVA e Terzo settore, proroga al 2036: cosa cambia davvero per ETS, ASD e SSD.
Se la tua associazione sta valutando di avviare un’attività commerciale (un negozio online, la vendita di prodotti o servizi) e vuoi capire quale forma e quale regime reggono meglio i tuoi numeri, senza mettere a rischio lo status non profit, ti invito a contattarmi per una consulenza dedicata. Impostare bene la struttura all’inizio vale molto più di qualsiasi correzione successiva.
Articolo aggiornato a luglio 2026. Le informazioni contenute riflettono il quadro normativo vigente alla data di pubblicazione. Per situazioni specifiche è sempre consigliabile il supporto di un professionista abilitato.